L’ospite inatteso

L’ospite inatteso, regia di Tom Mc Carthy, commedia, durata 104 min. – USA 2007

Tom McCarthy premiato come miglior regista per L’ospite inatteso agli Independent Spirit Awards 2009

In sintonia con la delicatezza dei sentimenti tratteggiati, la luce tenue del periodo autunnale fa da sottofondo alla narrazione della storia che – in chiave di commedia umana sugli incontri possibili – depotenzia preconcetti e pregiudizi. Un’opera preziosa, mai retorica, che illustrando la precaria esistenza di chi vive in un paese senza averne i requisiti formali, illustra altresì la possibilità di cambiamento e quindi di riscatto degli individui. Il protagonista , Walter, è un docente di economia in una Università del Connecticut, demotivato nel lavoro, che cerca un illusorio conforto in un mezzo bicchiere di vino e, amante della musica qual è, tenta senza successo di imparare a suonare il pianoforte nel ricordo di un altrettanto illusorio contatto con la moglie defunta. E’ stanco della propria quotidianità, fatica a restare nel “sistema”. E non sa opporsi alla pressante e non gradita richiesta di recarsi ad un convegno a New York per presentare un saggio, peraltro neanche da lui scritto. Un introverso secondo l’accezione junghiana del termine. L’arrivo del protagonista nella Grande Mela sembra costituire il vero e proprio inizio del film. Una New York reale e poco convenzionale, ben rappresentata dai vecchi edifici in mattoni rossi con le scale esterne antincendio, dove Walter va ad abitare in un appartamento che possiede ancora al Village. Entra in casa sua e si trova ad affrontare una situazione imprevista, drammatica. L’appartamento è abitato da una giovane coppia che, come sarà chiarito al termine di uno scontro, lo occupa in realtà in buona fede. Lui , Tarek è siriano e suona i tamburi in un’orchestra jazz; lei, Zainab, è senegalese e crea oggetti di bigiotteria che vende in strada. Non sapendo dove andare, i due finiscono con l’accettare l’offerta di Walter di restare ancora lì per qualche giorno. Inizia il mutamento della vita materiale ed interiore di Walter che s’imbatte in una situazione inattesa, temuta e desiderata ad un tempo: l’opportunità d’instaurare con persone mai viste prima un rapporto umano su basi nuove, come a voler rinnovare se stesso. Tutto ciò con circospezione, col suo modo d’essere educato, quasi col timore d’essere invaso dal vitalismo della giovane coppia. E la convivenza a tre funziona, soprattutto con Tarek, con cui instaura un rapporto diretto, limpido. Con la curiosità e la sorpresa di un bambino, Walter si rende conto di trovarsi in totale sintonia con i ritmi afro-americani suonati per esercitarsi, in casa, da Tarek. Non solo partecipa al godimento dell’esecuzione, ma, spronato dal giovane, Walter inizia con entusiasmo a suonare il tamburo, scoprendo una parte sconosciuta di sé, anche nel legame di profonda amicizia che sta istaurando col giovane. Passa giorni felici a New York inframmezzando le sue seriose presentazioni al Convegno con il compimento di atti mai immaginati prima, come quello di unirsi, in giacca e cravatta, ad un gruppo di suonatori di colore che fanno musica percuotendo i loro tamburi in un parco di Manhattan. Ma, come spesso accade, si verifica una evento che riporta all’immanenza del male, cioè alla realtà. Per un banale equivoco Tarek, totalmente innocente, viene arrestato e portato in un centro di detenzione temporanea, non essendo in possesso della green card. L’incarcerazione di Tarek non è umana, ma è giusta soprattutto dopo l’11 settembre: paradosso di timbro Junghiano; è vera l’una e l’altra cosa, gli opposti si uniscono. E il percorso del nuovo Walter, che sta trovando nella musica una ragione di vita e ha scoperto l’amicizia come effettivo valore, rischia di interrompersi. Lui se ne rende ben conto e assolda un avvocato per l’amico, ma sa che se fallisce va in malora anche il suo nuovo mondo .

L’ambivalenza dei sentimenti – entusiasmo e delusione – appare felicemente centrata nella scansione registica dei tempi.

Mentre il protagonista si affanna a gestire il dramma del suo amico, che poi è il suo medesimo dramma, e mentre da uomo in bilico, come è stato sino ad allora, decide di assentarsi per un lungo periodo dall’Università che lo reclama, la vita gli offre un’altra opportunità: compare, prepotente e inaspettato, un sentimento dimenticato. L’amore, forte, definitivo e incondizionato per la madre del giovane che, preoccupata per la mancanza di notizie del figlio, è giunta a New York dal Michigan, divenendo anch’essa ospite di Walter. Magistralmente accennati gli sguardi tra i due che pongono in secondo piano il loro sentimento, stante la priorità e l’ urgenza di salvare la vita materiale, morale ed affettiva del giovane, disperato per la reclusione e il forzato allontanamento dalla compagna Zainab.

Mentre il rapporto di Walter con Muna, la madre di Tarek, comincia delicatamente a prendere corpo avviene l’irreparabile: Tarek è espulso dagli USA.. “ Sono desolato”- dice Walter a Muna la quale – sentendosi parzialmente responsabile del destino del figlio – nella scelta tra l’amore ritrovato ed il figlio ( Freud docet ) sceglie il secondo: decide di rimpatriare anche lei, ancorché dissidente politica, per stare vicina al suo Tarek. Il regista ci lascia tuttavia con un messaggio e una speranza. Walter ha perso l’amore, ma gli sono rimasti i tamburi di Tarek. e la sua musica come unico lascito dell’esperienza vissuta, forse nuova ragione di vita. Ma Walter, tamburi in spalla, non va ad intraprendere le sue solitarie esecuzioni all’aperto, nei parchi, ma , come fosse un iter iniziatico appena intuito, inizia il suo percorso nei sotterranei della metropolitana della Brodway Station.

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L'autore
Roberto Cantatrione
Roberto Cantatrione