Le relazioni intime

LE RELAZIONI INTIME
(Da un’intimità circoscritta e privata ad un’intimità allargata e condivisa)

di Cristina Bani – criban@tin.it

Quanto segue è stato scritto in occasione della giornata sul tema delle relazioni intime organizzata dal Centro Studi di Terapia della Gestalt di Milano (31 maggio 2009) presso la Casa della Cultura.

Generalmente quando mi accingo a scrivere su un argomento so che la cosa migliore è raccogliersi e mettersi ad ascoltare ciò che emerge da dentro. Sensazioni, emozioni, riflessioni personali, ma anche suggestioni raccolte in vario modo. In alcuni casi lascio affiorare ricordi letterari che in qualche modo siano legati al tema. Questi ricordi che vengono in rilievo, spesso sono legati fra loro in modo misterioso (la memoria si sa, è creatrice); hanno magari un’immagine comune, ma razionalmente la loro connessione non è subito evidente, richiede di essere scoperta. Ciò è accaduto anche in questo caso. So per certo di essere riuscita a rendere esplicita solo una parte di queste trame misteriose e sono convinta che un’altra parte potrà essere fatta da chi leggerà quanto segue.

Per me ciò che caratterizza e discrimina una relazione intima è la possibilità, che essa offre alle persone coinvolte, di esporre la propria anima senza timore. Un’esposizione di anima altrimenti difficile e dolorosa che non si può dare in contesti qualsiasi, un’esposizione di anima finalizzata a fare anima1.

Talvolta queste condizioni si verificano nel rapporto amoroso, oppure nell’amicizia, in famiglia o nella relazione terapeutica. Secondo Hillman infatti l’anima ha una natura collettiva: “Possiamo rivelarci a noi stessi attraverso un altro, ma non possiamo riuscirci da soli” e ancora L’opus dell’anima ha bisogno di intimo rapporto, non soltanto per individuarsi ma anche solo per vivere” .

Le relazioni intime sono dunque di vitale importanza per l’uomo, tutti le cerchiamo, un po’ le temiamo, ma non possiamo farne a meno, anche se quasi sempre sono difficili e problematiche; croce e delizia. E tuttavia è triste sentirsi esclusi anche solo da alcune di esse. Quando poi l’esclusione dalle relazioni intime è completa, la vita diventa terribilmente povera, è la peggiore delle sciagure che possa capitare. E’ proprio un sentimento di esclusione da un certo tipo di relazione intima, quello che vive il protagonista del primo ricordo letterario. Si tratta del racconto intitolato “Famiglia” tratto dai Sillabari di Goffredo Parise.

Scrive Parise:

“Un giorno, anni fa, un uomo che non aveva mai nessuno che girava per casa conobbe una famiglia di nome Tommaseo piena di genitori, figli, zii e nipoti che stavano attenti uno all’altro in una villa di campagna”. Il protagonista del racconto è un uomo solo, malato di cuore che diventa amico di una famiglia numerosa. Ne è affascinato, la osserva, ne frequenta i vari componenti e durante la giornata cerca quanto più di partecipare alla sua vita per alleviare la propria solitudine.

Scrive Parise:

“Al mattino si svegliava all’alba, anche prima dell’alba e il cuore ritornato solo durante la notte gli diceva: “Non hai nessuno che cammina per casa, gli anni passano, diventerai un vecchio e di te non resterà nulla”. Il cuore si voltava dall’altra parte “col muso”, dopo un po’ dormiva, ma l’uomo rimaneva sveglio e soffriva perché sapeva che quei pensieri all’alba erano intatti, limpidi e senza le illusioni che dà il giorno con tutte le sue cose. Allora pensava alla donna che amava, che era anche una figlia, come lui era un po’ figlio di lei e si consolava fino ai primi raggi del sole.”

In questa grande famiglia c’era poi una coppia di giovani sposi felici che avevano appena avuto un bambino. Il protagonista osservava affascinato il clima di intimità creatosi in seguito a questa nascita. Poiché il bambino era nato prematuro la madre doveva spremere il latte dalle proprie mammelle e metterlo in frigo per darlo poi al bambino. Il protagonista era molto curioso riguardo alla questione del latte e una sera, spinto dalla curiosità, pone una serie di domande sull’allattamento e sulle sensazioni provate dalla madre.

Scrive Parise:

“L’uomo giudicò indiscreto quell’eccesso di domande, chiese mille volte scusa ma non seppe trattenersi e domandò:”E lei, Grazia, ha mai assaggiato il suo latte?”

“No, no” disse Grazia ridendo, e anche Giorgio, che non aveva mai assaggiato il latte di sua moglie, rise.

“A me piacerebbe molto assaggiare il latte umano” disse l’uomo e il candore di questa frase stabilì tra le persone a tavola ma soprattutto tra Giorgio, Grazia e lui, una intesa, tanto che Giorgio disse subito:

“Vuole assaggiarlo?”

“Mi piacerebbe” disse l’uomo.

“Ora quando saremo a casa lo assaggerà.”

[…]

“Il pranzo finì, tutti si trasferirono a casa di Grazia e Giorgio (l’uomo era ansioso), Grazia andò in camera a spremere il suo latte per il bambino e Giorgio arrivò con un cucchiaino d’argento che porse all’uomo. L’uomo lo sorbì con molta attenzione e con il cuore che batteva, sentì prima il tepore e la densità del latte e poi stando attentissimo sentì il sapore che era di latte, di miele, di margherite piccole o erba e di persona umana. Poi il latte si sciolse in bocca e tutto scomparve ma gli bastò per capire fino a che punto l’uomo era privilegiato fra tutti gli animali e quale è la sua fortuna di nascere, di allattare e di vivere.”

Il protagonista è dunque un uomo che desidera l’intimità della relazione familiare e che, alla coppia di giovani genitori che non conoscevano ancora la fine delle cose (come scrive più avanti l’autore), fa indirettamente una richiesta alquanto singolare e anche un po’ imbarazzante: vuole assaggiare il latte della madre. Dietro questa richiesta c’è il desiderio di entrare dentro una relazione intima da cui l’esistenza l’ha escluso, di parteciparne in qualche modo. Non si tratta di invadere un ambito privato, non c’è nulla di morboso nella sua richiesta. In fondo non è quella specifica relazione familiare che interessa il protagonista, ma l’intimità che lega genitori e bambino nelle prime fasi della sua vita, la partecipazione ad un’esperienza esistenziale unica.

Il latte è quindi il simbolo di questa intimità, ed è il simbolo dell’intimità più grande che è quella del corpo della madre col corpo del bambino, ma è anche simbolo della vita e della natura (miele, margherite piccole, erba, persona umana) e di una partecipazione universale di tutti gli esseri viventi, come avremo modo di approfondire in seguito.

I temi del latte e dell’allattamento sono al centro anche del secondo ricordo letterario, costituiscono appunto quell’immagine comune alle due narrazioni a cui alludevo all’inizio. Si tratta di un romanzo che, non a caso, come vedremo fra poco, è a mio avviso anche un inno alla femminilità, si tratta di Furore di Steinback, da cui leggeremo la pagina conclusiva. Come molti sapranno, per aver letto il libro o semplicemente per aver visto il film, è un romanzo epico che si svolge nel periodo della Grande Depressione. E’ l’odissea della famiglia Joad, una famiglia di contadini costretta dalla miseria e dalla fame a lasciare l’Oklahoma per raggiungere la lontanissima California alla ricerca angosciosa di un lavoro e di un posto dove vivere.

La scena che ci interessa si svolge in una stalla ed è la scena conclusiva del romanzo. Rosa Tea ha appena partorito il proprio bambino che è nato morto; è stremata. Dopo il parto lei e la madre decidono di allontanarsi dal carro dove vivono, allagato dall’inondazione, per cercare un riparo asciutto. Rosa Tea è debole per lo sforzo sostenuto. La stalla che intravedono lungo il cammino sotto la pioggia battente appare loro come un miraggio. Dentro, in un angolo, trovano un ragazzino che sta accanto ad un uomo gravemente malato. Il ragazzino spiega che è suo padre e che sta morendo di fame.

Scrive Steinbeck:

Il ragazzo venne di nuovo al fianco della mamma, e spiegava: “Io non sapevo. Lui diceva sempre che aveva già mangiato e che non aveva fame. Ieri sera sono andato fuori, e ho rotto una vetrina e ho rubato del pane. Gliel’ho fatto mangiare, ma l’ha vomitato tutto, e dopo era più debole di prima. Bisognerebbe dargli del brodo o del latte. Avete denaro per comprare un po’ di latte?”

“Zitto, non ti preoccupare. In qualche modo si provvede.”

D’un tratto il ragazzo gridò: “Ma muore, vi dico! Muore di fame!”

“Zitto!” disse la mamma. Guardò il babbo e zio John, che stavano in piedi vicino all’uomo malato guardandolo con occhi impotenti. Poi guardò Rosa Tea avviluppata nella coperta, e aspettò d’incontrarne lo sguardo. Allora le due donne si lessero profondamente negli occhi, e Rosa Tea prese a respirare in fretta e affannosamente.

Poi disse: “Sì.”

La mamma sorrise: “Ero certa!” Si guardò le mani, abbandonate in grembo.

Rosa Tea bisbigliò: “Fai… andar via tutti? E la mamma la rassicurò con un cenno del capo. Ora il suono della pioggia sul tetto era soltanto un fruscio. La mamma si sporse in avanti, allontanò con la mano una ciocca di capelli dalla fronte della figlia e le dette un bacio, poi si raddrizzò e ordinò: “Andate fuori un momento sotto la tettoia, voialtri, tutti.”

[…]

“Per un minuto Rosa Tea continuò a sedere nel silenzio frusciante del fienile.

Poi si alzò faticosamente in piedi aggiustandosi la coperta attorno al corpo, si diresse a passi lenti verso l’angolo e stette qualche secondo a contemplare la faccia smunta e gli occhi fissi, allucinati. Poi lentamente si sdraiò accanto a lui. L’uomo scosse lentamente la testa in segno di rifiuto. Rosa Tea sollevò un lembo della coperta e si denudò il petto. “Su, prendete,” disse. Gli si fece più vicino e gli passò una mano sotto la testa. “Qui, qui, così.” Con la mano gli sosteneva la testa e le sue dita lo carezzavano delicatamente tra i capelli. Ella si guardava attorno, e le sue labbra sorridevano, misteriosamente.”

E’ un finale sorprendente, per alcuni miei amici lettori imbarazzante, un finale che può suscitare un senso di rifiuto. Io credo sia un vero e proprio colpo di genio da grande scrittore. Dietro la condivisione del latte, offerto generosamente quando il proprio bambino è nato morto e si avrebbe più di un motivo di risentimento verso la vita, sta un profondissimo senso di appartenenza ad un unico destino, la forza di andare oltre le sconfitte personali, la consapevolezza di far parte di un universo vasto e molteplice e nonostante ciò, la capacità di stare in intimità con la natura e con tutti gli esseri viventi. E’ come se attraverso il mistero dell’allattamento l’uomo divenga capace di far coesistere polarità opposte: l’intimità che è di per sé segreta, privata, relativa a una cerchia ristretta, può diventare invece partecipazione, senso di appartenenza allargato. Una maternità individuale che diventa maternità universale. Anche Parise, nel racconto, aveva scritto riguardo alla donna che amava: era anche una figlia, come lui era un po’ figlio di lei.

In entrambi i brani troviamo che qualcosa di intimo viene condiviso con un estraneo. E’ sempre una protagonista femminile quella che si fa strumento di questa condivisione. Non credo sia un caso che, nella stalla, il babbo e zio John (il “maschile”) che stanno in piedi vicino all’uomo malato, lo guardano con occhi impotenti. E’ sempre una protagonista femminile quella che fa sì che il flusso della vita continui. Il flusso vitale di Bergson, la forza della natura vivente, Zoe, una delle caratterizzazioni del Dioniso più antico (così come ne parla Kerenyi). Le “donne selvagge” che spesso sono associate a Dioniso, infatti, sono anche delle nutrici, delle donne che allattano il loro piccolo e quindi hanno un contatto privilegiato con ciò che vi è di più animale nella nostra natura e possono varcare la frontiera fra la vita animale e la vita umana .

Per concludere, ancora un riferimento a Hillman. Nel terzo dei saggi che compongono Il mito dell’analisi, quello intitolato Sulla femminilità psicologica, troviamo appunto il mito di Dioniso al centro del quale, afferma Hillman, fin dai tempi più antichi, c’era il bambino, il mistero dell’allattamento, e della rinascita psicologica attraverso le profondità infere.” In questo saggio Hillman trasferisce a livello psicologico l’aspetto liberatorio di Dioniso che permetterebbe l’emancipazione della “femminilità psicologica” tenuta in inferiorità. La svalutazione del femminile non sarebbe soltanto alla base dei valori psicologici della nostra cultura, ma anche fondatrice della psicoanalisi tradizionale. Propone quindi un ribaltamento radicale dei fondamenti dell’analisi attraverso un riabilitazione di questa femminilità interiore e il ritorno di Dioniso nella conoscenza.

Scrive Hillman:

“La forza della vita, come il bambino, ha bisogno di essere nutrita. L’esperienza dionisiaca trasforma le donne non in isteriche, ma in nutrici. Esse diventano nutrici del naturale, che danno latte ad ogni forma di vita, alla sua indiscriminata Zoe, che mantengono in vita l’animale e il bambino nutrendo “animale” e “bambino” attraverso il rituale del mangiare la carne e del lasciar scorrere il loro latte misericordioso.”

Cristina Bani è insegnante e counselor ad orientamento gestaltico, ha una smodata passione per la letteratura.

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