Jung, Melanie Klein e il racconto della fine dell’analisi

Tratto da “I racconti di Gorgia”, in Sapere il deserto. Sulla concezione psicoanalitica del mondo, Roma, Di Renzo Editore, 1994

Secondo Fordham il modo migliore per comprendere i lavori sulla fine dell’analisi consiste nel considerarli “esempi di una conclusione ideale”. Gli analisti parlano della fine, ma in realtà “hypotheses fingunt”, ovvero, secondo un’accezione antica del termine “ipotesi”, raccontano racconti, né possono sottrarsi alla qualità di racconto del loro operare e terminare. Quanto al “fingunt” va ricordato che “fictio” significa anche “creazione” e che Lattanzio impiegava l’espressione “fictio hominis” allorché si riferiva alla creazione dell’uomo. I finali d’analisi sono nel senso più proprio del termine finali d’un racconto, finali in molti casi ampiamente sovrapponibili e, dunque, non esclusivi. Jung declina, ad esempio, nove finali “tipici” secondo i quali il paziente terminerebbe l’analisi: dopo un buon consiglio, dopo aver fatto una sufficiente confessione, dopo aver realizzato un contenuto essenziale rimasto fino ad allora inconscio, dopo un distacco dalla psiche infantile, dopo aver realizzato un buon adattamento in situazione di difficoltà, dopo la scomparsa del sintomo, dopo il verificarsi di un importante evento (un matrimonio, un divorzio, il passaggio a una diversa professione etc.), dopo una conversione o una riscoperta della religione, dopo aver iniziato a edificare una “filosofia pratica della vita”. Se dopo tali finali di racconto il paziente ancora cerca, ciò, dice Jung, corrisponde a un processo dell’anima. In ragione del suo corrispondere a un processo dell’anima l’analisi è terminabile e interminabile, anzi da terminabile diventa, senza possibilità di ritorno, interminabile. Per Jung l’anima appare il criterio ultimativo, l’orizzonte dei racconti, il racconto dei racconti. Melanie Klein, dal canto suo, dà ragione ai finali di racconto degli altri analisti, alla “vulgata della fine”, ma dice che c’è un racconto ulteriore che li presuppone (quello che in Jung corrisponde all’anima). L’aver conseguito stabilmente potenza sessuale ed eterosessualità, così come l’aver acquisito una capacità di amare, l’intrattenere relazioni oggettuali, il lavorare, la stabilità psichica e la capacità di difesa dell’Io sono, relativamente alla questione della fine dell’analisi, criteri validi, ma dipendenti dal criterio ulteriore che vuole legata la fine dell’analisi alla capacità di fronteggiare le angosce persecutorie e depressive, alla capacità di vivere il lutto.

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