Il sogno secondo Medard Boss

Tratto da G. Antonelli, Discorso sul sogno. Lithos Editrice, Roma, 2010

Medard Boss ha contestato a Jung quella stessa semioticità che questi aveva contestato a Freud. Anche i simboli di Jung, non diversamente da quelli di Freud, si ridurrebbero a semplici segni. Affetti da una certa semioticità, diciamo anche da una certa prevedibilità, sarebbero sia il costrutto junghiano della funzione compensatoria, sia quello dell’interpretazione a livello del soggetto e a livello dell’oggetto. Per Boss, Freud e Jung si muoverebbero ancora all’interno del costrutto causa-effetto. A partire da tale costrutto Freud rinverrebbe il motore della formazione dei sogni nelle pulsioni inconsce e Jung negli archetipi. Due astrazioni secondo Boss, che parla, in particolare con riferimento a Freud e, più in generale, in riferimento al costrutto causa-effetto, di una concezione tecnologica del sogno all’interno della quale tutto deve essere ridotto a una prevedibile interazione di forze. In un certo senso anche gli onirorevisionisti della prima ora (Silberer, Adler, Stekel), e la cosa può essere estesa agli altri, avrebbero dopo tutto concordato con la teoria freudiana dei sogni, dal momento che avrebbero tutti sostituito al fenomeno onirico una sua spiegazione, avrebbero cioè visto nel sogno l’espressione di qualcos’altro, qualcosa di presuntivamente esistente al di là del fenomeno onirico.

Sostenendo la sostanziale semioticità dell’impianto onirodinamico junghiano, Boss sta dunque dicendo che esso non differisce granché, come invece comunemente si ritiene, da quello freudiano. Egli si mostra particolarmente critico nei confronti di Jung soprattutto nella seconda monografia sul sogno, lavoro nel quale arriva a sostenere che quanto accomuna le onirodinamiche di Freud e Jung sono le loro vuote speculazioni. L’approccio analitico–esistenziale non sa che farsene della simbolica freudiana così come di quella junghiana. Nel caso di Jung, poi, non è ammissibile il costrutto secondo il quale ogni sognatore albergherebbe nel proprio oscuro seno un doppio nascosto che ne sa più del sognatore stesso e che, dietro immagini oniriche simboliche, gli nasconde questo sapere. Simbolica, compensazione, censura, interpretazioni a livello dell’oggetto e del soggetto, opposizione tra contenuto manifesto e pensieri onirici latenti, insomma tutto l’armamentario messo in campo dalle onirodinamiche di Freud e Jung (sempre accomunate, ripeto, da Boss) costituiscono altrettanti raddoppiamenti e antiockhamiane duplicazioni, una moltiplicazione innecessaria di enti, il cui esito è quello di gettare fumo sulla semplicità, uni-versalità, originarietà del fenomeno onirico.

Per quanto Boss stigmatizzi il costrutto junghiano, o quello che reputa tale, di un doppio più sapiente nascosto nel sognatore (una sorta di demone interno), e con ciò anche la teoria che gli è sottesa (quella della compensazione e, diciamo, anche del guaritore interno), in qualche modo è alle radici junghiane, dalle quali dipende molto più e al di là di quanto cerchi di dare ad intendere, che attinge, non importa quanto consapevolmente, l’idea secondo cui certi schemi comportamentali si manifesterebbero agli individui a partire dai loro sogni. C’è insomma qualcosa che appare nei sogni che è tale da precedere possibilità d’esistenza nella condizione di veglia. Non si tratta anche qui di doppi? E, però, si può veramente far discorso di sogno a prescindere dal doppio?

Di fatto una sorta di doppio onirico che ne sa più dell’Io della veglia attraversa quale motivo privilegiato i due studi di Boss sul sogno. Ad esempio nella chiusa della sua seconda monografia si trova l’affermazione secondo cui spesso accade che una persona sia esposta a significazioni non familiari per la prima volta mentre sogna. Al sognatore, scrive nell’Auslegung, si possono aprire in sogno nuove possibilità. Nelle apparenti assurdità del sogno spazio e tempo si possono manifestare nella loro primordialità. Altrove Boss parla di alcuni sogni come di accenni a una comprensione che trascende la conoscenza ordinaria o indicanti un’apertura che il sognatore di turno non possedeva nella vita di ogni giorno. In questo reiterare il motivo della precedenza del sogno Boss non si rende conto di essere dipendente dalla nozione junghiana di simbolo in tutta la sua dinamicità e, anche, drammaticità. E, però, dal momento che non se ne rende conto, riduce il simbolo junghiano a segno e ciò gli consente sia di concepire in blocco l’onirodinamica coeva, sia di opporgli il proprio approccio fenomenologico.

Se Freud e gli psicologi contemporanei ricorrono ai simboli, il motivo, sostiene Boss, è da ricercare nel loro considerare l’essenza delle cose come impoverita rispetto alla presunta ricchezza o significatività simbolica. In termini più generali, più filosofici e, anche, più epocali, a ridosso di Heidegger, Boss ritiene che la psicologia a lui coeva faccia ricorso al simbolo, perché ha smarrito il senso primordiale della cosa, das Ding. Alla questione della cosa, Die Frage nach dem Ding, Heidegger aveva appunto dedicato un prezioso intervento nel semestre invernale 1935-36. Gli psicoanalisti non sanno ad esempio, e scempio, cosa sia veramente un ponte. Sembra dunque che siano stati una penuria di senso, un impoverimento di prospettiva, un restringimento dell’orizzonte, un allontanamento dall’apertura originaria a spingere gli psicoanalisti a interpretare per simboli, a trattare gli oggetti del sogno in funzione di quelli della veglia. Il simbolo starebbe dunque in luogo dell’ignoranza della cosa, della lontananza dalla cosa. Cosa sia una cosa, poi, Boss, lo illustra richiamandosi a Heidegger e all’etimologia di Ding come assemblea, corte di giustizia. Originariamente, insomma, la cosa, nelle lingue germaniche, starebbe a dire il riunirsi, l’essere insieme, l’essere in relazione di cielo e terra, di umano e divino. Das Ding è un quadrato, diciamo anche un quaternio.

Dietro l’interpretazione simbolica si staglia una, anche irriflessa, concezione del mondo e dell’uomo. È perché non guardano originariamente alle cose, al rivelarsi delle cose, che gli psicoanalisti interpretano per simboli. Le cose, considerate da questo, non aperto, punto di vista, sarebbero destinate a ridursi a creazioni dell’inconscio dell’uomo. Con un diverso linguaggio potremmo dire che nella simbolica dei sogni e, a ridosso di essa, nella Weltanschauung psicoanalitica, sembra essersi definitivamente smarrito il senso religioso del sogno.

Se per Kohut l’interpretazione (e, aggiungiamo, l’interpretazione del sogno) è un modo dell’empatia, per Boss è un segno. Da questo punto di vista ogni interpretazione (del sogno) equivale a una riduzione (del sogno) a qualcos’altro. Una critica, questa, che sarebbe stata a modo suo recepita da Hillman, per altri versi critico di Boss. Boss si spinge a sostenere che il fallimento delle teorie oniriche costituisce un monito a che si rinunci a ogni futuro desiderio di concepire una teoria entro la quale calare il sogno. Invece di teorizzare e costringere il sogno di conseguenza, si tratta per Boss di tenersi strettamente al sognatore e al sogno. In altri termini l’alternativa al riduzionismo onirico degli psicologi del profondo è costituita dalla prospettiva fenomenologica e dalla filosofia di Heidegger. In quest’ottica ritengo che la posizione di Boss possa risolversi, allo stesso modo in cui credo possa farlo quella assunta da Hillman, in una lezione magistrale sull’atteggiamento da serbare nei confronti del sogno, lezione comparabile con quella della capacità negativa che Bion, desumendola da Keats, ha ritradotto sub specie psychologica come pazienza, dunque come attesa e come patire in un vuoto indesiderante.

Se è vero che una teoria del sogno, e qui Boss potrebbe aver ragione, si costituisce per ciò stesso come una distanza dal sogno, non è meno vero che concepire una teoria del sogno è un modo di onorare il sogno, di atteggiarsi religiosamente nei suoi confronti, cioè di ri-leggerlo, ri-spettarlo. Boss ritiene, e anche qui Hillman ha avuto modo di apprender(n)e la lezione, che soltanto se lasciamo i sogni essere quello che veramente sono, al di là di ogni riduzione semiotica-simbolica-interpretativa, allora essi si manifesteranno quali “dirette apparizioni del Divino rivelate alla luce dell’esistenza del sognatore”. Boss dedica un capitolo intero alla questione, antica e tradizionale, della relazione col divino nel sogno e lo fa in modi che tradiscono un’equazione junghiana, modi che tradiscono, in particolare, un chiaro riferimento allo stigmatizzato assunto junghiano della funzione di compensazione. Scrive Boss che quanto più la relazione religiosa è distrutta nella vita della veglia, tanto più significativo sarà il ruolo che essa svolgerà nella vita onirica dell’uomo moderno. Affermazione francamente in linea col pensiero di Jung e che male si lega con la critica rivolta da Boss a Jung secondo la quale nell’interazione causa-effetto di forze fisiche e psichiche rimarrebbero distrutti i fondamenti spirituali della fisica e della psicologia complessa (la psicologia analitica di Jung).

Condividi:
L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli