I cento capolavori dello Stadel Museum di Francoforte

Recensione a cura della Dott.ssa Francesca Grisi, collaboratrice tirocinante del Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto

Il Palazzo delle Esposizioni, dall’inizio di Aprile al 17 Luglio 2011, offre l’opportunità di visitare una mostra che presenta, per la prima volta in Italia, una selezione di cento celeberrimi capolavori custoditi nello Stadel Museum di Francoforte.

Le opere d’arte che vengono proposte sono state distribuite in sette gallerie, ognuna delle quali presenta una panoramica, a dir poco interessante, sulle correnti artistiche che si sono sviluppate tra l’Ottocento ed il Novecento: il Romanticismo, il Realismo, il Simbolismo, l’Impressionismo, l’Espressionismo, l’arte di Beckmann e l’Astrazione Moderna.

Dunque la PRIMA SALA della mostra è dedicata al movimento artistico, musicale, culturale e letterario del Romanticismo che nacque e si sviluppò nella Germania della fine del XVIII secolo per diffondersi poi in tutta Europa nel secolo successivo. Il Romanticismo si presenta come un fenomeno talmente complesso che difficilmente si presta ad essere racchiuso in una definizione univoca poiché l’assunto di base non è rappresentabile da un sistema chiuso e rigido di idee, ma si configura, piuttosto, come uno speciale modo di sentire e vivere il proprio mondo interiore da parte di una moltitudine di artisti che, contrapponendosi alle idee razionali dell’Illuminismo, svilupparono il loro pensiero in direzione di una decisa negazione della ragione per volgersi ad esplorare e scoprire quella dimensione irrazionale, peculiare della specie umana, che si espleta nei sogni e nei vissuti emotivi finanche a giungere a trascendere in una vera e propria fuga dalla realtà per vivere la natura stessa in modo soggettivo e spirituale come se fosse concepibile come un assoluto, un infinito che provoca nell’uomo, completamente immerso in essa, una perenne e struggente tensione verso l’immenso e l’illimitato. E proprio il terrore ed il senso di impotenza, che l’uomo sperimenta, lo costringono ad oltrepassare i limiti della realtà terrena per rifugiarsi in una dimensione interiore che supera l’asse spazio-tempo. Dahl, con la sua opera “Eruzione del Vesuvio”, vuole esprimere proprio la condizione conflittuale in cui l’uomo romantico vive, sempre interiormente combattuto tra il desiderio di recuperare l’immagine rassicurante di una natura benevola, rappresentata dallo sfondo paesaggistico, che possa donare l’agognata pace al senso di inquietudine che lo attanaglia e la tensione continua a vivere intensamente le passioni, simboleggiate dall’eruzione lavica, verso le quali, in una sorta di attrazione fatale, la natura lo sospinge. Ed allora i colori esplodono quasi con violenza attraverso le pennellate veloci dell’opera di Delacroix in cui riecheggia una fantasia esotica, un’atmosfera arabeggiante che viene, in realtà, raffigurata per rappresentare gli eventi storici e politici della Francia del 1830; oppure i colori vengono dosati con delicatezza per rendere il paesaggio fiabesco dell’opera di Lessing che dipinge la natura come se fosse eterea, come se si trovasse in un sogno in cui l’immagine è tutta un gioco di luci ed ombre. Dal gusto decisamente neoclassico è, invece, la famosa opera di Tischbein “Ritratto di Goethe nella campagna romana”, dedicata all’amico e divenuta simbolo del Gran Tour consacrato come rito iniziatico necessario per i cultori dell’antico.

La SECONDA SALA della mostra è dedicata al Realismo, il movimento pittorico e letterario che nacque in Francia nel 1840 sulla scia del Positivismo. L’idea fondamentale degli artisti appartenenti a questa corrente di pensiero si può riassumere con l’intento di cogliere l’essenza della realtà sociale per andare poi a rappresentarla così com’è, nuda e cruda. L’esponente di spicco è Courbet, pittore di composizioni figurative e paesaggi, che esplicitò il suo pensiero sull’arte dicendo: “Ho voluto essere capace di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto della mia epoca secondo il mio modo di vedere, fare dell’arte viva, questo è il mio scopo”. E, in effetti, realizzò pienamente il suo intento dipingendo paesaggi naturali assolutamente realistici attraverso un uso spontaneo ed immediato del colore e limitando al massimo la presenza di figure umane come fecero anche Cezanne, con le sue caratteristiche pennellate rapide ma compatte, Monicelli che raffigura un uomo intento ad imbiancare un muro e, infine, Von Uhde che rompe con la tradizione per dipingere una donna di spalle che si affaccia alla finestra.

La TERZA SALA della mostra offre i capolavori di autori appartenenti alla corrente artistica del Simbolismo che si sviluppò in Francia nel XX secolo in accordo con le teorie ed i lavori dei Neoimpressionisti, soprattutto per quanto riguarda la rappresentazione di soggetti estrapolati dalla natura che i simbolisti utilizzano per caricarli di significati altri e restituirli ad un pubblico colto e sensibile capace di coglierne il senso celato. Il fine che perseguono si può rintracciare nel tentativo di superare la pura visività dell’Impressionismo in senso spiritualistico. La ricerca dei simbolisti, infatti, consiste nel trovare e comunicare, attraverso le loro opere, le corrispondenze esistenti tra il mondo oggettivo ed il mondo soggettivo, tra la realtà esterna e la propria realtà interiore, tra le percezioni coscienti e le loro sensazioni più intime. Vogliono, quindi, recuperare quella dimensione spirituale che, secondo il loro pensiero, è sempre presente nella realtà anche se non è direttamente visibile e percepibile con i cinque sensi. Ne è un esempio Redon che, attraverso l’utilizzo di oli, pastelli e acquerelli, riprende oggetti naturali e quotidiani, come un mazzo di fiori, e li trasforma per farne scaturire il mistero, l’irrazionale. Lo stesso fa Mureau che riprende però i temi di ispirazione biblica e mitologica per delineare immagini che possano esprimere un’idea altra. Ma, senza ombra di dubbio, è Munch l’artista più rappresentativo del Simbolismo poiché, creando immagini deformate, dipingendo linee sinuose e continue e scegliendo colori violenti ed irreali, riesce pienamente ad esprimere il proprio vissuto d’angoscia, di dolore e di paura per un senso di morte incombente.

La QUARTA SALA della mostra è dedicata all’Impressionismo che nacque in Francia nella seconda metà dell’Ottocento traendo ispirazione dal Romanticismo e dal Realismo. In questo periodo gli artisti cominciarono ad uscire fuori dai loro laboratori per dipingere all’aperto, per esprimere la loro creatività con l’intento di rappresentare su tela il connubio generato dalle percezioni visive e dalle sensazioni ed emozioni che il paesaggio comunicava loro in diverse ore del giorno, ponendo sempre particolare attenzione alle condizioni di luce. Troviamo, quindi, in questa area della mostra, artisti come Monet, che realizza un’opera tutta improntata al realismo, con una straordinaria ricercatezza nel raffigurare tutti i dettagli, come se avesse voluto riprodurre una fotografia scattata ad una famiglia nel momento della colazione; sono scene di vita quotidiana quelle che Monet intende riprodurre dipingendo esattamente ciò che vede; e poi ci sono Degas e Renoir che, invece, si interessano al tema della figura umana in movimento e, in particolar modo, nei capolavori di Renoir si evince come per l’artista sia di fondamentale importanza dipingere la luce, che rende i contorni delle figure sfumati e l’atmosfera quasi evanescente, proprio per comunicare la gioia che egli prova nell’esprimere la propria creatività; ed ancora colpiscono le opere di Manet e Sisley con quel particolare gusto, tutto impressionista, di dipingere l’acqua, specchio in cui la natura si riflette e che, contemporaneamente, si colora e riflette la vita circostante.

La QUINTA SALA della mostra è stata adibita ad accogliere le opere appartenenti all’Espressionismo, la corrente artistica dei primi del Novecento in cui si evince una marcata propensione degli artisti ad interpretare e rappresentare la realtà in modo soggettivo, con un movimento che parte dall’interno per arrivare all’esterno, cioè dal mondo interiore, emotivo e sensibile dell’artista, direttamente nella realtà. Lo spirito si ribella alla materia, alla terribile realtà storica del primo ventennio del XX secolo, attraverso l’esplosione di colori forti ed innaturali e la marcata definizione dei contorni e dei segni per delineare figure umane e paesaggi. Troviamo allora nell’opera di Nolde un intenso naturalismo primordiale che riprende i temi religiosi e li stravolge rendendoli con figure bidimensionali e colori forti ed inusuali come il verde acido; e poi Kirchner che carica, attraverso l’uso del rosso e del giallo, la piattezza delle figure umane di sensualità ed erotismo; ed ancora Matisse che rappresenta un mazzo di fiori attraverso macchie di colore di forma geometrica in cui non si evidenziano le dimensioni di spazio e profondità perché sono le forme che, in base ad un gioco di luci ed ombre, devono comunicare la percezione dell’artista.

La SESTA SALA è interamente dedicata alle opere di Beckmann, un pittore tedesco vissuto nella prima metà del XX secolo, perciò tra il tardo Impressionismo ed il nascente Espressionismo. Dopo aver vissuto i terribili anni della Prima Guerra Mondiale, alla quale partecipò, scelse di aderire completamente al movimento espressionista proprio per rappresentare, con crudo verismo, il clima di guerra che attanagliava Berlino. Ricorrono, dunque, nelle sue opere, temi angosciosi, cupi, densi di allusioni simboliche e forti deformazioni espressive che comunicano vissuti di dolore e morte.

La SETTIMA SALA è dedicata a diversi autori ascrivibili al movimento artistico dell’Astrazione Moderna la cui caratteristica fondamentale è costituita dalla scelta di rifiutare l’idea che la creatività si possa esprimere nella pura e semplice riproduzione della realtà. Gli astrattisti, infatti, desiderano comunicare ed esaltare i propri sentimenti attraverso le forme, le linee ed i colori senza apporvi nessun appiglio che possa ricondurre l’immagine creata alla realtà. È questo il pensiero di Paul Klee che considera l’arte come un discorso sulla realtà e non come una sua riproduzione e concretizza le sue idee in opere completamente improntate all’antinaturalismo con figure scomposte che vogliono comunicare le sofferenze vissute durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. E, infine, troviamo Pablo Picasso che, con l’opera “Ritratto di Fernande Olivier” del 1909, viene eletto padre del Cubismo Analitico, la cui peculiarità è la scomposizione, la frammentazione dei volti e degli oggetti per rendere l’idea che una visione multifocale della realtà sia necessaria per giungere ad una visione totale. Picasso vuole comunicare il pensiero che la vera creatività non deve riprodurre ciò che vede, ciò che è percepibile dalla coscienza, ma deve rappresentare ciò che conosce, cioè un’immagine interna, un’identità che permette e quasi costringe l’osservatore a vedere con una sensibilità irrazionale che è la sola in grado di fare immagini.

Dunque si può certamente affermare che questa mostra sia veramente affascinante ed importante poiché, non solo l’eccellente distribuzione delle opere offre l’opportunità di esplorare con ordine e chiarezza le correnti artistiche rappresentate e le loro peculiarità, ma soprattutto perché sollecita un certo desiderio di ricerca data la ricchezza e l’ampiezza degli stimoli culturali e psicologici che vi si possono evidenziare. Tra i tanti pensieri sorti, durante e dopo la mostra, ce n’è uno che è scaturito con estrema immediatezza osservando le opere di Monet e, ancor di più di Renoir che, chissà se e quanto consapevolmente, rappresentano l’essenza di ciò che può essere definito con il termine “identificazione”. I contorni sfumati, la luce che si poggia sulle figure come a renderle quasi evanescenti e fuse con il paesaggio e le une con le altre, si accompagna ad una totale assenza di rapporto interumano. Come a dire che nel rapporto basato sulla simbiosi e sull’identificazione non è possibile intravedere una possibilità di rapporto interumano sano perché il vedere e sentire l’altro, che sia oggetto di rifiuto o di interesse, presuppone che vi sia un’identità, un “Io sono” che possieda una profonda certezza di sé e quindi riconosca l’altro come diverso da sé tanto da potersene separare senza annullarlo. Ne consegue che solo un’identità, sana e libera dall’identificazione con, può permettersi di esprimere la propria creatività perché è capace di fare immagini uniche che non sono riproduzione, fotografia, copia della realtà. Si può pensare allora ai capolavori di Picasso che realizza immagini che sono espressione di una fantasia e di un irrazionale che non è pazzia ma genialità.

DOVE: Palazzo delle Esposizioni, Via Nazionale, 194 – 00184, Roma

QUANDO: 1 Aprile – 17 Luglio 2011

SITO WEB: http://www.palazzoesposizioni.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=470&explicit=SI

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