Clara Thompson, Ferenczi e la psicoanalisi interpersonale

Adattato da: Giorgio Antonelli, Il mare di Ferenczi. La storia, il pensiero, la vita di un maestro della psicoanalisi, Roma, Di Renzo Editore, 1996

Viene pubblicata, postuma (1964), a New York una raccolta di scritti di Clara Thompson col titolo Psicoanalisi interpersonale. I testi sono curati da Maurice Green, che provvede anche in appendice a redigere una compendiosa biografia della psicoanalista americana. Nel testo sono inclusi tra gli altri tre scritti su Ferenczi .

Ferenczi avrebbe constatato al cospetto della “neopaziente” Clara Thompson la presenza di numerose analogie tra il proprio pensiero e quello di Sullivan. Come riconobbe la stessa Thompson “sarebbe un’esagerazione dire che i due studiosi s’influenzarono reciprocamente, poiché il contatto tra loro fu troppo breve, e ciascuno proseguì per la sua strada senza restare in comunicazione con l’altro”. È indubbio comunque che tra i culturalisti neofreudiani (Fromm, Horney, Sullivan, Thompson) e Ferenczi le analogie e le complicità siano più di una. Del resto non è affatto casuale che Fromm abbia difeso Ferenczi né che Karen Horney (un’altra “eretica” della psicoanalisi) abbia visto nello scritto congiunto di Ferenczi e Rank una sorta di rivoluzione nell’ambito della storia della tecnica psicoanalitica, in particolare per aver messo in rilievo l’importanza attribuita all’emozione in analisi. Erich Fromm, ma anche Clara Thompson, Sullivan e Karen Horney, se non derivano direttamente da Ferenczi la sua insistenza sulla rilevanza profonda delle interazioni tra persone, si trovano in particolare consonanza con essa.

Nel suo necrologio dello psicoanalista ungherese la Thompson scrisse che Ferenczi studiò medicina e si specializzò nelle malattie nervose e mentali “spinto dal desiderio di capire le persone”. E lo descrive infaticabile, inesauribilmente paziente, dotato di un grande entusiasmo, di “un’autentica simpatia per qualunque sofferenza umana” e di una profonda intuizione, caratteristica segnalata da più parti e che consentiva a Ferenczi “d’indovinare i pensieri dei pazienti prima quasi che li conoscessero i pazienti stessi” .

Nella raccolta della Thompson figurano, oltre al necrologio di Ferenczi, anche un saggio sul suo metodo del rilassamento e uno dedicato al suo contributo alla psicoanalisi. Un passo molto interessante di quest’ultimo lavoro è quello relativo alla percezione che Ferenczi aveva delle sue incipienti divergenze dalla psicoanalisi ortodossa e, in particolare, da Freud. Intanto, secondo la Thompson, l’attaccamento a Freud (fatto di ammirazione e timore d’essere disapprovato, di dipendenza e di “velata ribellione”) avrebbe ostacolato lo sviluppo del pensiero di Ferenczi. La qual cosa conforterebbe l’ipotesi, riferita sopra, secondo cui nella confidenza fatta da Freud a Blanton circa l’allieva che esercitò una cattiva influenza su Ferenczi (un’influenza tale, in altri – taciuti – termini, da dividere o contribuire a dividere i due uomini) sarebbe da cogliere appunto un accenno a Clara Thompson. Clara Thompson avrebbe, insomma, “messo su” Ferenczi contro Freud. È ipotizzabile che, resasi conto dell’impedimento costituito da Freud alla libera esplicazione della propria creatività da parte di Ferenczi, l’illustre paziente ed allieva ne avrebbe reso edotto il suo analista. Altri autori, come s’è visto, propendono, forse con maggiori argomenti, a identificare la cattiva influenza di Ferenczi in Elizabeth Severn.

Nel saggio in questione l’accento è posto sulla sottomissione e conformità di Ferenczi a Freud, sottomissione e conformità rilevate dalla Thompson nel fatto che Ferenczi sia arrivato ad essere addirittura più “freudiano di Freud”. Tuttavia l’ambivalenza di fondo riusciva ad emergere in modo abbastanza manifesto nella tendenza ferencziana a estremizzare il dettato freudiano, a esasperarne gli assunti, a portarli avanti fino all’assurdo. “Thalassa” (scritto ingenerosamente e frettolosamente liquidato dalla psicoanalista americana come “pura fantasia”) costituirebbe un esempio di questa esasperazione, così come la “tecnica attiva”. Il quadro disegnato dalla Thompson prevede dunque un Ferenczi drammaticamente scisso: da una parte l’autocensurato discepolo di Freud, dall’altra il teorico e il clinico di nuovi sviluppi della psicoanalisi. Tale scissione era evidente nelle conversazioni private che Ferenczi aveva con i suoi allievi (tra i quali, ovviamente, figura la Thompson). Soltanto in quelle occasioni emergevano “barlumi non censurati del pensiero di Ferenczi”. Tra tali barlumi e quello che lasciavano intendere e i lavori pubblicati da Ferenczi correva una profonda differenza. Nelle conversazioni private, ad esempio, Ferenczi stigmatizzava l’atteggiamento clinico di Freud e la scarsa applicabilità ai pazienti dei suoi costrutti teorici. Secondo la Thompson, tuttavia, Ferenczi non si sarebbe reso conto fino in fondo, almeno per qualche tempo, di mettere in dubbio la teoria delle pulsioni di Freud. Egli tendeva a vedere “le proprie divergenze da Freud piuttosto in termini di applicabilità pratica al paziente”.

La Thompson lascia intendere quanto tutto ciò dovesse risultare doloroso a Ferenczi, il quale per molti anni fu incapace di parlare delle proprie nuove idee in pubblico. Egli si limitava a una “ribellione segreta” e non permetteva a se stesso di misurarne la portata. La tesi della Thompson è dunque che un “uomo forte” (Freud) ha ostacolato il pensiero di un altro uomo (Ferenczi) bisognoso della sua accettazione. L’impressione è che Ferenczi “abbia tradito alcune delle sue idee migliori nel tentativo di non offendere Freud, cosa che produsse nei suoi scritti una certa irregolarità e anche qualche traccia d’insincerità”.

Mi sembra di poter condividere in gran parte le tesi e le impressioni di Clara Thompson. La sua testimonianza non è soltanto di prima mano (il che deve pur significare qualcosa), ma è anche autorevole. La tesi di un Ferenczi diviso, di un figlio dipendente e di un ribelle segreto, di un ortodosso manifesto e di un eretico in incognito, trova una solida conferma nel Diario e nella corrispondenza Freud-Ferenczi, contemporanea alla redazione del Diario. C’è da dire, a sigillo di quanto sostiene Clara Thompson, che, non avendo Freud letto il Diario di Ferenczi, la ribellione di questi, per buona parte, restò segreta. Quanto precede mi sembra inoltre anche abbastanza in linea con la mia tesi di un Ferenczi “profeta minore”.

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