A vent’anni da “Cent’anni…”

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 15, Fioriti, Roma, 2012 – Estratto

Come Aristotele, a chi gli domanda a cosa serve la filosofia, risponde che questa in realtà non serve a nulla, poiché non è una serva, Hillman attribuisce un valore analogo alla psicoterapia definendola nell’ambito della poiesis, di quel fare fine a se stesso, privo di deliberata utilità, che contraddistingue l’attività estetica. La psicoterapia ha inventato una narrativa che cura, i cui autori sono gli psicologi del profondo che attraverso le loro elaborazioni teoriche e i personaggi dei loro casi clinici hanno individuato un nuovo filone romanzesco, il romanzo psicoanalitico. Un debito verso la poesia sottolineato più di recente anche da Meg Harris Williams nel suo libro Lo sviluppo estetico. Lo spirito poetico della psicoanalisi nella cui prefazione all’edizione italiana possiamo leggere:

“L’applicazione della poesia alla psicoanalisi, un’applicazione, come spiega Meg Harris Williams, derivata dalla dimestichezza del poeta con i simboli, è un fatto quasi inevitabile (e senz’altro più interessante dell’opzione opposta, cioè quella di applicare la psicoanalisi alla poesia – con le conseguenze rischiose giustamente paventate da Rilke)”

La psicologia viene così deletteralizzata e guardata nel suo fondamento artistico, che Hillman non sarà mai pago di difendere anche nel momento in cui dice addio al mondo della pratica terapeutica.

Affrancandosi dalla psicoterapia, Hillman lancia quindi un monito a chi ancora se ne vorrà occupare: la patologia dell’individuo è un tutt’uno con quella del mondo e la psicoterapia non può arenarsi tra le pieghe dei vissuti personali enfatizzando il mito dell’infanzia del paziente, estromettendolo dagli aspetti concreti di ogni sua giornata: gli analisti debbono “aprire una finestra nella stanza d’analisi”. Che equivale ad affermare che il setting deve essere contaminato, attraversato da tutti quegli elementi che comunemente i terapeuti ritengono materia altra da quella del loro lavoro: gli edifici che tagliano il sole, la desertificazione della natura, la riduzione degli esseri viventi a cose.

La depressione del paziente di oggi era per Hillman la consapevolezza profonda di aver fatto del male alla madre Terra, la Grande Madre, un attacco quindi alla sorgente di vita, alla ragion d’esistere d’ogni individuo. Non può esservi riparazione, nel senso che gli analisti comunemente attribuiscono a questo termine. Può esservi soltanto presa di coscienza, che significa ricominciare da un’educazione estetica, riacquisire il senso del bello, sentirsi uno con gli altri, ridefinendo il Sé quale interiorizzazione della comunità. Il senso della psicoterapia, sul limitare del secolo, per Hillman non può che essere questo.

Hillman parla allora della stanza di analisi nei termini di una cellula dove si prepara la rivoluzione:

“Per rivoluzione io intendo <>. Non sviluppare, non spiegare, ma rovesciare quel sistema che, tanto per cominciare, ci ha portato in analisi […] Forse dovremmo immaginare che ciò che ci fa violenza non è tanto il passato quanto l’attuale situazione del <>, della <>, del <>, di tutte le cose con le quali viviamo. Ecco che allora lo studio dell’analista diventa una cellula rivoluzionaria, perché ci si interroga anche su <<ciò che, proprio adesso, mi sta facendo veramente violenza>>. Sarebbe una grande avventura per la terapia parlare in questo modo […] Ecco perché la terapia è ancora così importante, una volta che abbia fatto lo sforzo di ripensare il suo fondamento: perché la terapia sta qui sulla Terra, nel caos della vita, sinceramente interessata all’anima”

Nuovamente, è sub specie amorosa che Hillman torna a parlare della terapia: ciò che egli auspica non è la fine della terapia, così come ingenuamente si potrebbe credere a una lettura superficiale. Essa deve trovare un nuovo fondamento, perché nessun altro può occuparsi dell’anima come la terapia. L’anima che si trasfigura tanto nel paziente quanto nel mondo.

In un percorso parallelo a quello dei moderni consulenti filosofici – che mostra come i temi propri della tradizione filosofica possano essere integrati nella clinica psicologica – Hillman affida alla terapia il compito di una rivoluzione estetica perché la coscienza anestetizzata del paziente dell’età moderna possa essere risvegliata e la psicoterapia stessa abbia senso di continuare a esistere.

Da qui scaturisce l’esigenza non solo di un nuovo modo di fare terapia ma anche di una differente preparazione alla pratica terapeutica, attraverso teorie che trovino il loro fondamento nell’arte e che addestrino l’aspirante terapeuta alla dimestichezza col bello.

Abstract

Vent’anni dopo l’opera con cui Hillman si congedava dalla terapia analitica, l’autore riprende in considerazione il suo punto di vista critico sulla psicoterapia, cercando di rintracciarne elementi utili per una riflessione contemporanea sulla pratica della terapia e interrogando l’idea hillmaniana per cui, nella stanza d’analisi, le sorti di paziente e terapeuta si accompagnano comunque a quelle del mondo. Quale eco può avere oggi il monito di Hillman? In un mondo che cambia forma e sembra allontanarsi sempre più dall’anima delle cose, la risposta chiama in causa i rapporti tra le psicologie del profondo, le sue espressioni cliniche e i mondi in cui esse abitano.

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