Teologia della psicoanalisi

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 1, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2005 – Estratto

Qual è la destinazione della psicoanalisi? La destinazione della psicoanalisi è il suo oltre e il suo oltre è religioso, la conduce al cospetto del volto lontano, del volto-deserto di Dio, la precede, e la precede da sempre, dalle parti della teologia. La psicoanalisi è la carne della teologia. Se ciò è vero, deve esserlo nei due sensi dell’equazione. Da una parte la psicoanalisi concretizza, realizza, rende terrena la teologia, dall’altra la teologia da sempre, dal suo supposto alto o profondo, informa, dà forma a, la psicoanalisi. In altri termini la relazione tra psicoanalisi e teologia tende ad assimilarsi a quello, diciamo tradizionale, tra corpo e anima, o meglio tra anima e spirito. Con la teologia, ovviamente, a recitare la parte dell’anima o, se si vuole, dell’angelo, del demone o, ancora, dello spirito nei confronti della psicologia.

Così come la cifra religiosa è stata disattesa, almeno parzialmente, dagli psicoanalisti delle generazioni successive a quelle dei pionieri, quelli che a detta di Fairbairn avevano fede in ciò che facevano e realmente credevano che la psicoanalisi fosse in grado di dare al risposta a ogni problema umano, allo stesso modo Freud ha disatteso la proposta profetica di Jung. Ci deve essere un motivo profondo in virtù del quale un ebreo, Freud, non ha preso in considerazione (forse neanche ha visto o sentito) la proposta dell’ariano Jung di un instaurarsi della psicoanalisi in luogo del cristianesimo.

Quanto era vicino Freud al Talmud, a quella “psicoanalisi avanti lettera” che interroga, che esige interlocutori intelligenti, spirito in lotta contro la lettera, spirito “che non avrebbe potuto sostenere la sua lotta, se non fosse stato tutta la sapienza del mondo avanti lettera”? Quanto era vicina la Traumdeutung a quella sezione del talmudico Trattato delle Benedizioni (Berakhoth) che fa discorso del sogno?

Ci deve essere un motivo profondo in virtù del quale l’ebreo Freud non ha preso in considerazione la proposta dell’interlocutore ariano Jung, lo gnostico Jung, e poi l’alchimista Jung, il cabalista Jung, di un instaurarsi della psicoanalisi in luogo del cristianesimo. Questo motivo deve avere a che fare con l’equazione cristiana della psicoanalisi, con quello che è stato anche chiamato l’inconscio cristiano di Freud. La psicoanalisi non può sostituire il cristianesimo, perché ne costituisce una riedizione. La psicoanalisi non può sostituire il cristianesimo, perché è la carne del cristianesimo. La psicoanalisi, nella versione di Freud, il cui inconscio era cristiano, non può sostituire il cristianesimo, perché la psicoanalisi carnalmente procede dal cristianesimo. Se c’è resurrezione della carne, questo significa che la psicoanalisi è la resurrezione del cristianesimo.

La psicoanalisi procede dal cristianesimo e dalla matrice ebraica del cristianesimo, da quel modo ebraico di entrare in rapporto col reale attraverso il leggere bene. L’ebreo, come ha sostenuto Lacan, è quello che sa leggere. In principio l’ebreo sa leggere, perché in principio è il testo scritto.

In principio era il testo scritto. Nel testo scritto Dio creò il cielo e la terra. Freud è quello che sa leggere. “La psicoanalisi” come è stato detto “sarebbe allora l’Altro, ebreo all’origine, di una scienza di origine esclusivamente cristiana.” Sviluppo della tesi, che è stata di Kojève, secondo cui la scienza moderna ha un’origine cristiana.

È perché l’ebreo sa leggere, che Freud sa leggere. È perché Freud sa leggere, che la psicoanalisi è nata. È perché Freud sa leggere, che ci sono casi clinici. È perché Freud sa leggere, che anche noi sappiamo leggere, ovvero abbiamo iniziato a leggere, siamo stati iniziati a leggere altrimenti. Saper leggere implica un rapporto con un al di là del testo. Con quell’uno non esistente, per parafrasare lo gnostico Basilide, che lega tutti i testi. Leggere le Scritture o fare analisi godono di un medesimo passo. Vivono di interpolazioni, di contaminazioni. L’analista, l’analista che fa immaginazione con il paziente, insieme al paziente interpola, contamina racconti dentro il testo che il paziente gli porta. Segue dunque le vie del midrash per arrivare al di là. In analisi si leggono, si recitano, si interpretano le sacre Scritture.

L’ebreo, come ha sostenuto Lacan, è quello che sa leggere. E noi apprendiamo dall’ebreo la nostra capacità di leggere. Ma Lacan ha detto anche altro. Ha detto che le cupole di San Pietro prevarranno sulla psicoanalisi. Che alla fine trionferà la religione. Che il Cristianesimo, nella sua versione cattolica, è l’unica religione. Perché? Si può rispondere in più di un modo, ovviamente. Il tenore della domanda spinge a risposte sovradeterminate. Intanto, il cristianesimo promette molto di più della psicoanalisi. Se è vero che gli uomini non vogliono il reale, che è odio, se è vero che rimangono intrappolati nella loro jouissance, allora le promesse sedicenti immaginarie del cristianesimo, le illusioni di questo avvenire, non possono che prevalere sulla psicoanalisi.

La frase di Lacan però si presta anche a declinare diversamente l’essenza stessa della psicoanalisi. La cui destinazione, ed è per questo che le cupole prevarranno, non può che essere religiosa. Non ha ragione dunque Hillman a sostenere che Freud con saggezza, con discrezione, non ha voluto occuparsi di cristianesimo. Oppure ha ragione, ma in una direzione non voluta, e cioè nella direzione di un inconscio cristiano di Freud. Lo stesso Hillman, tuttavia, è costretto ad ammettere che è pressoché impossibile discutere il campo aperto dalle scoperte di Freud, il campo del rimosso cioè, senza prendere in considerazione la cultura cristiana, cultura che in buona parte s’identifica per Hillman con quegli atteggiamenti collettivi che conducono alla rimozione della sessualità.

C’era un tempo in cui la psicoanalisi era una sorta di religione. C’era un tempo in cui il cristianesimo era una sorta di religione. Certamente Hillman ha le sue ragioni. Vuole salvare il fenomeno dal bimillenario, come lo chiama, “dragone cristiano”. Non diversamente da come l’aveva chiamato Giordano Bruno, bestia trionfante. Considera il proprio lavoro un “lungo duello con il cristianesimo”, un duello con la psicologia monoteistica. Se la psicoanalisi deve affrontare il cristianesimo, sostiene, è perché il cristianesimo risulta “distruttivo dell’anima”. E, però, la psicoanalisi non si è costituita forse a rappresentante in terra del dragone cristiano? E perché il dragone ha il volto del cristianesimo? Perché il cristianesimo si è rivelato il più potente? Forse è in ragione di questa potenza che la psicoanalisi ne ha dovuto seguire la scia.

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L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli